Un vecchio interprete dell’opera di Shakespeare si trova isolato solo su un palcoscenico, con una luce concentrata sulla sua sedia, vestito con una palandrana, che è più una vestaglia da notte che un abbigliamento da re e ricorda.
Ricorda l’attore e ricorda il re, si ricorda il primo atto quando c’era una corte, un corpo di guardia, tre figlie e qualcosa di più di una vestaglia da notte.
Il suo buffone gli è restato affezionato, e sta con lui a ricordarglielo che non è più quello di una volta, quello del primo atto, non ha un regno ma soprattutto non ha più nessuno per far picchiare il buffone.
La tragedia rimane tragedia, ma molto ironica, come lo possono essere le parole di Shakespeare se si vuole, e i due personaggi cavalcano il testo e cavalcano il palcoscenico e cantano. Cantano e suonano. Suonano un banjo che non ha nulla a che fare con il teatro elisabettiano, neanche gli spirituals non hanno nulla a che fare con il teatro elisabettiano ma li cantano, neanche il poliziotto che era a al servizio del re adesso guida i bus nella città di Princeton non c’entra con la tragedia, ma in questo teatro si può.