Teatro del Lido di Ostia
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IO SONO VERTICALE

Attraverso la figura di Lazzaro, Io sono verticale racconta con delicatezza, ironia e profondità l’esperienza della depressione e la fatica di “tornare alla vita”. Uno spettacolo sul dolore che isola, sul legame con chi resta fuori e sulla fragile possibilità di rialzarsi.


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14/11/2026 Teatro

sabato 14 novembre ore 19 • teatro
Pallaksch presenta
IO SONO VERTICALE
di e con Francesca Astrei
produzione Pallaksch
si ringraziano Carrozzerie n.o.t., Fondazione Teatro di Roma, NidOramai
Spettacolo vincitore del Premio della Giuria e il Premio Internazionale YartsProject
della XI edizione di Direction Under30 – Teatro Sociale di Gualtieri
Francesca Astrei – Premio Ubu 2025 – Miglior attrice/performer under 35

Attraverso la figura di Lazzaro, Io sono verticale racconta con delicatezza, ironia e profondità l’esperienza della depressione e la fatica di “tornare alla vita”. Uno spettacolo sul dolore che isola, sul legame con chi resta fuori e sulla fragile possibilità di rialzarsi.


Il dolore profondo può diventare un rifugio, una casa silenziosa in cui ci si chiude per proteggersi dal mondo esterno, troppo faticoso da affrontare. Ma questo isolamento, seppur reale e tangibile, genera altra sofferenza, anche in chi sta vicino. Passando da spunti di profonda riflessione a momenti divertenti e ironici, lo spettacolo affronta il tema della depressione ed esplora il dialogo difficile tra chi è immerso nel dolore e chi, fuori, cerca di entrare in contatto: due mondi che si sfiorano, spesso senza toccarsi, ma che desiderano capirsi.
Un monologo che prende in prestito il suo titolo da un verso di Sylvia Plath e che racconta l’impresa estenuante di trovare le parole per comunicare al mondo esterno la propria sofferenza quando si è nel pieno di una crisi depressiva.

In una crisi depressiva, trovare le parole per comunicare al mondo esterno la propria sofferenza è un’impresa estenuante: il dolore induce alla chiusura in se stessi rendendo l’apertura sempre più faticosa, al punto da sentirsi non più imprigionati nella propria sofferenza, ma quasi al sicuro in essa. Il dolore diventa casa mentre il mondo fuori diventa qualcosa di troppo pesante, qualcosa di ancora più doloroso del dolore stesso.
Le persone vicine a chi “abita il dolore” come vivono questa sua condizione? L’avere una persona amata “chiusa nel proprio soffrire” genera a propria volta dolore: come far comunicare il mondo fuori con il mondo dentro, limitando la sofferenza per entrambe le parti? Ogni crisi depressiva è un piccolo morire. A un certo punto, per ragioni non sempre comprensibili, la crisi si affievolisce e si ritorna alla “vita normale”, consapevoli che un nuovo tormento potrebbe sopraggiungere. Non c’è una soluzione. Con il tempo semplicemente si impara a riconoscerne alcuni segnali, a capire cosa può essere di sostegno nel tentativo di alleviarne i sintomi, e ci si abitua ad accogliere il proprio vuoto. Ogni percorso è diverso e imprevedibile. Difficilmente si guarisce del tutto.

Note di Regia
La depressione è una materia inspiegabile: chi la conosce sa come funziona, chi non la conosce la ritiene incomprensibile. Andrew Solomon, nel suo illuminante saggio “Il demone di mezzogiorno”, sostiene che la depressione può essere descritta solo con metafore e allegorie: trovandomi pienamente d’accordo, vista l’intimità e la soggettività con cui il dolore prende possesso dell’individuo, la metafora che ho scelto di utilizzare verte sul personaggio di Lazzaro, della tradizione cristiana. Lazzaro, al chiuso nel proprio sepolcro, viene richiamato alla vita al suono di “Alzati e cammina”: indicazioni elementari che permetterebbero al corpo di uscire dalla paralisi del proprio dolore. Chi è depresso racconta che, nei momenti di buio, non si sente né vivo né morto, la sensazione è di non esistere in un corpo che esiste e di percepire il proprio cuore, pulsante, come morto: la figura di Lazzaro, all’apertura del sepolcro, mi sembra possa racchiudere questa condizione.
Lazzaro, archetipo del vivo/morto, avrà la forza di tornare alla vita? E cosa vuol dire per lui vivere? E se “alzarsi e camminare” rappresentassero per la sua mente una condanna, anziché una salvezza? Comprensibilmente, i familiari non attendono altro che il sollievo di vederlo uscire dal sepolcro: non uscire dal proprio rifugio funebre implicherebbe infliggere ai propri familiari ulteriore dolore, ma uscire comporterebbe quell’inspiegabile fatica del ricominciare a vivere, consapevoli delle proprie fragilità.
Io sono verticale non è un monologo sul Vangelo, e la tradizione cristiana viene citata esclusivamente per fornire un immaginario metaforico chiaro della condizione di chiusura in una tomba/culla in rapporto a ciò che, per chi è al di fuori, è la soluzione più ovvia. La leggerezza e l’ironia saranno le basi per un’analisi più profonda su cosa può voler dire attraversare una crisi depressiva, attraverso diversi punti di vista.

Francesca Astrei, premio Ubu 2025 come Miglior Attrice Under35, si diploma nel 2018 presso l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Lavora, tra gli altri, con Paolo Rossi, Armando Punzo, Giorgio Barberio Corsetti, Roberto Rustioni, Fabio Condemi, Alessandro Businaro, Tommaso Capodanno. Dal 2020 collabora con la Compagnia di Teatro Integrato Piero Gabrielli, prendendo parte a spettacoli e progetti nelle scuole con attori/attrici con e senza disabilità. Partecipa a progetti di drammaturgia contemporanea con Federico Malvaldi, Giulia Bartolini, Andrea Dante Benazzo, Consuelo Bartolucci. Nel 2023 vince il FringeMi con “Mi manca Van Gogh”, monologo da lei scritto, diretto e interpretato. Nel 2024 è candidata come Miglior Attrice Emergente al Premio Le Maschere grazie a “Il cavaliere inesistente”, regia di Tommaso Capodanno. Nel 2025 è candidata al premio Virginia Reiter e il suo secondo monologo, “Io sono verticale”, vince il Premio Direction Under30 e il Premio Internazionale YARTS Project – Teatro Sociale di Gualtieri.

https://www.instagram.com/francescaastrei/
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